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di Martina Villa:

Prima del metal detector: il tredicenne di Bergamo e tutto quello che non stiamo sufficientemente studiando

Il 25 marzo scorso, poco prima dellโ€™inizio delle lezioni, un ragazzo di tredici anni รจ entrato nella scuola media che frequentava a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo. Aveva con sรฉ un coltello, una pistola scacciacani e un telefono appeso al collo con cui stava trasmettendo tutto in diretta su Telegram. Nel corridoio dellโ€™istituto ha aggredito la sua professoressa di francese, Chiara Mocchi, colpendola al collo e allโ€™addome. La docente, trasportata dโ€™urgenza in ospedale e sottoposta a un delicato intervento, fortunatamente si รจ salvata. Nei giorni successivi si รจ parlato di metal detector nelle scuole, di controlli piรน rigidi e della possibilitร  di rendere imputabili ragazzi sempre piรน giovani. Di fronte a un fatto cosรฌ grave e sconvolgente, ancora una volta si sono cercate risposte semplici: una barriera da alzare, una pena da inasprire, qualcuno da sorvegliare di piรน. Molto meno spazio รจ stato dedicato a una domanda piรน difficile: che cosa era accaduto a quel ragazzo prima che entrasse a scuola con un coltello?
Dopo pochi giorni, come spesso accade, la cronaca ha rivolto altrove la propria attenzione. La discussione pubblica si รจ esaurita e di quella vicenda non si รจ quasi piรน parlato.

Io, invece, sto seguendo con grande interesse la ricerca che sta portando avanti Serena Mazzini, social media strategist, docente di advertising e teoria e metodo dei nuovi media alla NABA di Milano e studiosa dei meccanismi attraverso cui le piattaforme digitali influenzano i nostri comportamenti. Mazzini ha ricostruito gli ambienti online nei quali bambini e adolescenti vengono avvicinati, manipolati e progressivamente condotti verso forme estreme di autolesionismo, sopraffazione e violenza. Il suo lavoro permette di guardare anche il caso del tredicenne di Bergamo da una prospettiva diversa e di comprendere lโ€™ambiente digitale nel quale quel ragazzo si muoveva, il linguaggio che aveva assimilato, le relazioni che aveva costruito e il riconoscimento che cercava attraverso la violenza.

Quando pensiamo agli ambienti piรน pericolosi della rete, immaginiamo spesso siti oscuri e difficili da raggiungere ma lโ€™avvicinamento puรฒ iniziare su piattaforme utilizzate quotidianamente da milioni di bambini e adolescenti: Roblox, Minecraft, TikTok, Instagram. Da lรฌ la conversazione puรฒ spostarsi su Discord, Telegram o allโ€™interno di server e gruppi chiusi, lontani dallo sguardo degli adulti. Non sempre chi aggancia questi ragazzi รจ un adulto. In queste reti si muovono anche adolescenti e giovani poco piรน grandi delle vittime, capaci di usare gli stessi linguaggi, di condividere gli stessi riferimenti e di apparire immediatamente vicini e credibili. Dietro di loro, perรฒ, possono esserci persone piรน adulte, comunitร  internazionali, materiali e veri e propri manuali che spiegano come individuare una vulnerabilitร  e trasformarla in uno strumento di controllo. Si cercano soprattutto ragazzi soli, arrabbiati, emarginati, con una bassa autostima o che manifestano un disagio psicologico. Ragazzi che hanno bisogno di sentirsi ascoltati, riconosciuti, finalmente parte di qualcosa. Lโ€™aggancio non comincia con una richiesta violenta. Comincia spesso con lโ€™attenzione: qualcuno ti scrive, mostra di capirti, ti fa sentire importante e ti offre un gruppo nel quale sembra esserci posto anche per te.

Allโ€™inizio possono apparire come giochi, sfide o gesti di ribellione: fotografare un luogo, insultare qualcuno, danneggiare un oggetto, bucare le gomme di unโ€™automobile. Azioni che servono a dimostrare di essere affidabili e abbastanza coraggiosi per appartenere al gruppo.

Progressivamente le richieste diventano piรน gravi. Ai ragazzi puรฒ essere chiesto di procurarsi tagli o ustioni, di incidere sulla pelle simboli o nomi, di maltrattare animali, di produrre immagini intime, di umiliare altre persone o di coinvolgere nuovi coetanei. Tutto deve essere fotografato o filmato e poi condiviso con il gruppo. Il materiale ottenuto diventa a sua volta uno strumento di ricatto. Se provi a uscire, se smetti di obbedire o se chiedi aiuto, ti minacciano di mandare le immagini ai tuoi genitori, ai compagni di scuola o di pubblicarle. A quel punto, quello che inizialmente sembrava un luogo di appartenenza diventa una gabbia.
In questi ambienti circolano riferimenti al nazismo, al satanismo, al suprematismo, alla misoginia, alle stragi nelle scuole e agli autori di massacri come quello di Columbine. Ma non siamo necessariamente davanti a unโ€™ideologia coerente, con principi riconoscibili e un obiettivo politico definito. รˆ un miscuglio di simboli, immagini e linguaggi estremi. Ciรฒ che tiene insieme questi contenuti non รจ tanto una dottrina quanto il culto della violenza, il disprezzo per la vita, il desiderio di provocare il caos e la ricerca di uno status allโ€™interno del gruppo.
Cโ€™รจ un tema urgente e divisivo che รจ quello della responsabilitร  . Molti adulti conoscono molto meno dei propri figli le piattaforme che utilizzano, i linguaggi che parlano, i gruppi che frequentano e i meccanismi attraverso cui vengono raggiunti. Spesso vedono un ragazzo nella propria camera e credono che sia al sicuro perchรฉ รจ fisicamente a casa. Non sanno che, attraverso uno schermo, puรฒ trovarsi dentro una comunitร  che lo osserva, lo controlla e gli impartisce ordini. Non possiamo lasciare le famiglie sole davanti a un fenomeno cosรฌ complesso. Anche la scuola e lโ€™intera comunitร  educante hanno bisogno di strumenti nuovi. Un insegnante puรฒ vedere improvvisi cambiamenti di comportamento, isolamento, simboli disegnati sulle mani, tagli e ustioni, un linguaggio ossessivamente legato alle stragi o alla morte. Ma deve essere formato per interpretare questi segnali e soprattutto deve sapere a chi rivolgersi. Ma soprattutto ci sono le piattaforme : ambienti progettati da aziende private, governati da algoritmi che selezionano i contenuti, suggeriscono nuove connessioni e premiano ciรฒ che genera attenzione e permanenza online. รˆ sulle piattaforme che avviene il primo contatto. รˆ attraverso i loro sistemi che un contenuto violento puรฒ condurre rapidamente a un altro ancora piรน estremo. Ed รจ sulle stesse piattaforme che gruppi giร  segnalati riescono a ricostituirsi cambiando nome, profilo o server. Non possiamo continuare ad affidare esclusivamente alle aziende la decisione su quali controlli applicare, quali contenuti rimuovere e quanto investire nella protezione dei minori. Servono responsabilitร  chiare, moderazione efficace, sistemi di segnalazione accessibili e trasparenti, verifiche indipendenti e limiti specifici per gli account utilizzati da bambini e adolescenti. Infine, esiste una responsabilitร  politica. Ogni volta che un episodio di violenza coinvolge un minore, la risposta piรน immediata รจ promettere piรน controlli e piรน punizioni. Ma un metal detector puรฒ forse intercettare unโ€™arma allโ€™ingresso di un edificio; non puรฒ intercettare mesi di solitudine, manipolazione, ricatti e assuefazione alla violenza.. Servono programmi strutturati di prevenzione nelle scuole, occorre formare insegnanti, educatori, allenatori e tutte le persone che ogni giorno entrano in relazione con bambini e adolescenti. รˆ necessario aiutare i genitori a conoscere gli ambienti digitali frequentati dai propri figli, senza trasformare questa conoscenza in una sorveglianza totale che distrugga ogni rapporto di fiducia. Servono campagne nazionali di informazione, servizi facilmente raggiungibili e numeri ai quali ragazzi, famiglie e docenti possano rivolgersi. Servono psicologi, educatori, consultori e presรฌdi territoriali capaci di intervenire prima che il disagio diventi isolamento e prima che lโ€™isolamento venga intercettato da chi vuole sfruttarlo.

Un metal detector puรฒ vedere il coltello. La politica, la scuola e lโ€™intera comunitร  educante hanno il dovere di vedere il ragazzo prima che lo impugni.

Fonti:

https://www.radioradicale.it/scheda/789571/la-radicalizzazione-online-dei-minori-i-rischi-per-i-piu-giovani-tra-propaganda-online

Un pensiero su “๐—ฃ๐—ฅ๐—œ๐— ๐—” ๐——๐—˜๐—Ÿ ๐— ๐—˜๐—ง๐—”๐—Ÿ ๐——๐—˜๐—ง๐—˜๐—–๐—ง๐—ข๐—ฅ

  1. Manuela Magatelli dice:

    Riflessione molto attenta e veritiera. Diventano propaganda le soluzioni semplici che puniscono l azione e non si dedica tempo, energia, con molta forza di volontร  per favorire prevenzione e aiuto reale. Spesso e volentieri ci si ferma all azione senza domandarsi il perchรฉ di quell azione. รˆ molto piรน facile creare uno slogan che prendersi carico e cura dei reali problemi altrui.

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